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Il conflitto può essere visto anche come un confine: quello tra comprensione e incomprensione, tra confronto civile e violento o tra legalità e illegalità.

Quel che sta accadendo in Spagna o in Catalogna, (questione di punti di vista) rende bene l’idea e sollecita una domanda: si è passato il segno? E se si, quale?

Ci potremmo chiedere se debba prevalere il diritto di alcuni all’indipendenza o quello degli altri al mantenimento della legalità, oppure – più in generale – interrogarci sul rapporto che si crea tra il diritto e il conflitto e se quest’ultimo dovrebbe fermarsi di fronte a dei limiti legali.

Ma potremmo anche domandarci se il diritto sia realmente in grado di terminare un conflitto:  nel caso specifico del referendum di questi giorni, la risposta sembra decisamente negativa, almeno in una dimensione pragmatica.

Indipendentemente dal punto di osservazione.

Ognuna delle due parti, infatti, vedrebbe ovviamente nel comportamento dell’altra il superamento di questo confine che è molto meno immaginario di quanto si possa supporre: per gli indipendentisti, l’uso della forza legale, ossia della polizia, è stato eccessivo, mentre per il governo centrale questa non è stata che una risposta ad una azione illegale. Ognuno si ritiene dalla parte giusta: se non fosse così non sarebbe un conflitto.

Un aspetto emerge abbastanza chiaramente: il confine della legalità non può impedire al conflitto di escalare.

Servono altri strumenti per evitare che un conflitto deflagri; non si può attendere il superamento del punto di ritorno per rendersene conto. Che gli uni avrebbero sfidato gli altri tenendo comunque le elezioni era prevedibile: si tratta solo di capire quale sarà il prossimo gradino prima di una violenza che potrebbe essere ancora più intensa. Una volta che la valanga inizia a scendere è difficile fermarla.

Non può essere impossibile nel 2017, con tutta la storia di guerre che ben conosciamo o dovremmo conoscere, procedere con un dialogo costruttivo, invece che con uno scambio di comportamenti più o meno distruttivi. Non si vedono Leader all’orizzonte in grado di comporre le differenze e generare un confronto civile.

Difficile dire se siamo davvero civili o se ci riteniamo solo tali.

Non si può non condividere il pensiero di James Hillman nel suo “Un terribile amore per la guerra”: il conflitto ha un suo lato estetico paradossalmente ed antiecologicamente attraente. Molto poco razionale, ma tremendamente potente. E la legge degli uomini non funziona con esseri irrazionali.

Il diritto è fatto anche di rinunce e quando non siamo disposti ad accettarle, ecco che allora mettiamo in discussione il diritto stesso: oggi è stata una elezione o la repressione. Domani?

 

 

 

 

 

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