IMG_3911Si ripropone  il problema della sicurezza nei tribunali: ieri era il pazzo con la pistola, oggi è il pazzo con il coltello.

C’è sempre un pazzo.

Troppo facile entrare con un’arma in un palazzo di giustizia; quindi ritornano le polemiche, si sollecita la sottoscrizione di contratti per la vigilanza armata e la fornitura di metal detector.

Probabilmente tutte misure corrette: il tempio della giustizia non può diventare un’occasione per ingiustizie, dove magistrati, cancellieri ed avvocati rischiano la vita.

Questa è una parte della storia, quella più strillata e che fa scrollare la testa all’ascoltatore del telegiornale o al lettore di notizie sul telefono o sulla carta stampata.

Poi c’è un’altra parte della storia, quella che nessuno sa o vuole raccontare; la storia del pazzo che ha impugnato il coltello per commettere un reato.

Si chiama Roberto e non lo conosco, inoltre non sono una psicologo o uno psicoterapeuta, quindi non posso definirlo pazzo: posso però azzardarmi con la stessa mancanza di indizi  e competenze a definirlo invece esasperato.

Questa persona (non di animale si tratta) è andato a cercare una risposta ai suoi problemi, a modo suo. Un modo illegale evidentemente: una circostanza che però non ha affatto impedito all’autore di compiere quel che ha compiuto.

Chiediamoci: ci interessa evitare che succeda di nuovo?

In ipotesi affermativa, oltre al metal detector e ai vigilantes, io mi chiederei perché è successo. Perché qualcuno va ad accoltellare un giudice?

Sembra che Roberto fosse coinvolto nel fallimento di un’attività alberghiera e che il giudice aggredito fosse incaricato di trattare la relativa procedura. Un piccolo problema forse per voi e per me, un non-problema per il giudice che magari vedeva solo una pratica da sbrigare. Una tra le tante.

Un grosso problema per Roberto.

Attenzione non voglio giustificare nessuno,  solo capire un po’ meglio.

Certo non tutti quelli che hanno problemi con la giustizia se ne vanno ad accoltellare i giudici: infatti alcuni si buttano da un ponte o sotto un treno, altri perdono i capelli o sviluppano un’ulcera o la gastrite, altri se ne fanno una ragione o accettano la cosa di buon grado, altri se ne fregano.

Temo che la statistica  possa giocarci qualche brutto tiro: siccome la maggior parte delle “vittime” della giustizia non si riduce ad aggredire i giudici o gli avvocati o i cancellieri, pensiamo che il problema della nostra giustizia non sia poi tanto grave e soprattutto che i conflitti non possano avere talvolta epiloghi drammatici.

Il magistrato probabilmente neanche sapeva di avere un conflitto con l’aggressore che forse nemmeno conosceva o ricordava: la legge  – di fatto – riduce le persone a “procedure” (“concorsuali” in questo caso), ma dietro alle imprese o alle società ci sono carne, ossa, emozioni e sentimenti.

Le persone non sono fascicoli.

Ripeto: nessuna giustificazione. Cerchiamo solo di porci le domande giuste.

Se la giustizia funzionasse un po’ meglio non si assisterebbe all’escalation dei conflitti che solo occasionalmente assurge agli onori della cronaca. Nel sottobosco infatti c’è una miriade di conflitti che qualcuno vuole risolvere in modo illecito solo sotto un profilo civile, magari chiudendo un cancello o costruendo un muro oppure promuovendo azioni temerarie. Qualcun altro invece passa nel penale e riga la macchina, fora una ruota, uccide il gatto o il cane del vicino. Qualcun altro accoltella giudici o spara agli avvocati.

Siamo sicuri che siano solo dei pazzi?

Come notava Watzlawick quest’urlare “al pazzo” non è che una euristica, una scorciatoia, un’abitudine di pensiero. Il brutto è che i problemi complessi non possono avere soluzioni semplici.

E’ molto più complicato e fa molto più male pensare che ognuno di noi, nel nostro piccolo, può avere – magari inconsapevolmente – la sua parte di corresponsabilità nella generazione di un conflitto.

Questo è il (vero) problema.

Un conflitto che la legge non può fermare.

Una cultura del conflitto, invece, potrebbe avere qualche effetto: però dovrebbe essere patrimonio comune dell’intero Paese. Andrebbe costruita fin dalle scuole e poi approfondita continuamente. Non si vive senza conflitti.

Questo nostro modo è troppo complicato per pensare di gestirlo con euristiche e pregiudizi.

Ci vorrebbe troppo tempo? Non credo. Ci vorrebbe tanto tempo, ma se non iniziamo mai, non otterremo mai nulla.

Inoltre non dimentichiamo che non fare nulla, è in realtà già una decisione e una strategia, solo frutto del caso: avremo così bambini ed adolescenti abbandonati a loro stessi che si costruiscono euristiche un po’ come capita: genitori, amici o Facebook; futuri adulti inconsapevoli di quanto il conflitto sia un costante compagno di vita.

Pensate davvero che basti una legge a limitare la violenza sulle donne o la corruzione? La legge può essere un’inizio, non la fine.

Non siamo “esseri giuridici”, ma “scimmioni intelligenti” come ci ricorda Boncinelli. Dovremmo farcene finalmente una ragione ed agire di conseguenza. Se vogliamo un mondo anche solo appena migliore.

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