bilacPrendo spunto da una interessante domanda contenuta in un commento a margine del nostro ultimo post:

In un contesto di gestione del conflitto, come si ottimizza la ricerca di un ‘giusto’ condiviso, attraverso quali principi?

Sto entrando in un terreno minato: provare a parlare di “giusto” e nel limitato spazio consentito da un blog è un’operazione ardua, ma focalizzarsi sulla difficoltà,  potrebbe apparire un alibi. E poi l’avevo promesso all’autore della domanda ed è giusto tenere fede alle proprie promesse.

Il nostro approccio ai problemi è pragmatico, ergo abbiamo imparato a farci solo le domande alle quali possiamo rispondere:  quella che precede non è una di quelle…. Questo potrebbe suonare ancora più elusivo e forse da un certo punto di vista lo è.

Tuttavia crediamo fortemente che il risultato finale, l’obiettivo, gli interessi e i bisogni (non sempre chiari e consapevoli..) che stanno dietro alla domanda, debbano orientarci: d’altronde come dicono i saggi e gli esperti, spesso ci concentriamo troppo sulle risposte e troppo poco sulle domande.

Cambiamo quindi prospettiva: cosa dovremmo fare con la definizione condivisa di giusto, ipotizzando che  la si possa trovare? Questa risposta ci aiuterà davvero a risolvere il problema (cioè il conflitto)? O alla fine ci potremmo accorgere di aver impegnato risorse cognitive, emotive, economiche o organizzative, in una battaglia poco utile in chiave strategica?

Lo sappiamo, la pancia preme forte e ricercare una soluzione che sia per avventura “ingiusta” o anche solo neutra rispetto a tale definizione può destabilizzare, irritare o bloccare.

Eppure gran parte del problema sta proprio qui: se ci interessa la soluzione, dovremmo accantonare la ricerca di una definizione condivisa di giusto. Rischiamo un confronto aspro e intenso su una questione che potrebbe essere solo “nominalistica”, col rischio di allontanarci ancora di più dalla soluzione.

Certo, se le parti in conflitto fossero due filosofi che vogliono confrontarsi proprio sul concetto di “giusto”, il nostro approccio non funzionerebbe.

Il pensiero tuttavia va a quelle persone che non hanno un interesse intellettuale a definire giusto e che  restano invischiati in una simile questione.. per via di una abitudine.

Un’abitudine di pensiero. Probabilmente nemmeno riconosciuta come tale.

La scuola, la famiglia, la società e le istituzioni usano ogni giorno il termine “giusto” nei contesti e negli ambiti più disparati, è un concetto al quale ci siamo così affezionati che metterlo da parte, ci crea malessere. Ne siamo adusi.

D’altronde, non abbiamo detto che sia facile.

Però, se si impara a gestire questo “malessere”, si guadagna in tolleranza, elasticità e disponibilità: tutte cose molto utili per gestire in maniera efficiente un conflitto.

Discorsi da relativisti? Beh,  solo gli assolutisti sono in grado di scatenare guerre e di ritenere che il proprio giusto, sia più giusto del giusto dell’avversario.

Certo dei valori fondamentali esistono, ma sono poco utili per trovare una definizione di giusto, specie in relazione al (l’oggetto del) conflitto: il rispetto dell’altro a prescindere da tutto quello che ci ha fatto o non ci ha fatto; il bene comune invece di quello individuale e poco altro.

Mandela docet: è giusto farsi 27 anni di carcere ed  uscire non con l’obiettivo di ottenere una giusta punizione dei colpevoli, ma con quello di evitare una guerra civile?

Proviamo a fare i piccoli Mandela, si può. Dobbiamo solo volerlo.

Il titolo del post abbraccia volutamente ambiti diversi: non esite, infatti un solo concetto di giusto.

Se proprio non possiamo o vogliamo farne a meno, quindi, dovremmo almeno usare.. il microscopio. Passare dal livello generale ed astratto, quello delle discussioni e delle idee, a quello concreto dei comportamenti, del singolo atto comunicativo e della singola percezione. Più rimaniamo in superficie ed in alto e più la ricerca sarà poco utile per gestire il conflitto.

Si tratta di scendere nella scala dell’inferenza: questo fa una grande differenza per gestire i conflitti: capire che la mia definzione di giusto è il risultato della mia visione della relatà: del fatto che io seleziono solo una parte delle informazioni che il mondo (inclusa la mia familgia, la mia scuola, i miei amici, i miei superiori, miti o eroi…)  mi fornisce. E dopo aver assorbito informazioni, le intepreto, le elaboro, ci rifletto, le uso, alla fine diventano mie, così mie che mi dimentico che in relatà sono solo una mia costruzione: i concetti (tra cui quello di giusto) non solo le molecole o gli atomi, quelle stanno mooolto più in basso laggiù nella pozza azzurra in cui poggia la mia scala.

scalaaa

E dove poggia anche la scala dell’altro che però opera una sua selezione di dati, una sua intepretazione, che lo porteranno a provare, sentire e pensare qualcosa di inevitabilmente diverso,  giacché non esistono due cervelli uguali nemmeno nel caso dei genelli omozigoti.

Benvenuta diversità!

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: