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Di certo Barack Obama ha a disposizione uno staff di consulenti e strateghi, oltre alle proprie risorse personali, per gestire il (nascente) conflitto con la Russia; a me tuttavia, risulta difficile capire gli obiettivi delle ultime mosse maericane, stando a quanto si legge sui giornali.

Minacciare  l’altra parte con cui si è in conflitto è un atto tipico dei litiganti, non solo come tattica, ma anche come fase di una una dinamica evolutiva ben studiata.

Se prendiamo a riferimento la scala di Glasl, ad esempio, la minaccia si posiziona al 6° stadio di 9 complessivi: una fase piuttosto avanzata e ben oltre il cd. punto di non ritorno che è tra il 4° e il 5° stadio.

Dal settimo stadio  (zona rossa) in poi non c’è più spazio per mediazioni o negoziazioni. Questo almeno si trova nei libri e può essere confermato dalle esperienze dirette. Certo ogni conflitto è a se stante, ma nel contempo è anche simile a ogni altro conflitto.

Non capisco dunque a cosa (di buono) possa portare la minaccia di un possente attacco informatico dagli U.S.A. alla Russia che in altre occasioni ha già dimostrato il suo “stile negoziale” decisamente orientato alla competizione e poco sensibile a determinati interessi (tra cui la vita degli ostaggi).

Arrivare alla minaccia significa o dovrebbe signficare, almeno a un litigante scaltro e razionale, che si è disposti a salire la scala sino alla fine: mi chiedo dunque se questo rischio sia ben chiaro e sia stato accettato, considerato che lo si accetta nel momento esatto in cui si fa la minaccia. Non dopo.

Non si torna più indietro, costi quel che costi, chiaro?

Subentra la logica paradossale ma terribilemte umana e diffusa del “ho fatto 30, facciamo 31..” Tecnicamente si chiama overcommitment (sovracoinvolgimento) e come si vede nella figuara (linea grigia tratteggiata) è una funzione dello stadio del conflitto: sale, all’aumentare dell’escalation.

I litiganti ne sono ben consapevoli?

A me spaventa la risposta affermativa, ma anche quella negativa.

E a voi?

Non mi interessano gli obiettivi o gli interessi che hanno in mente gli Americani, perché – a mio avviso – nulla può giustificare non solo una guerra, ma nemmeno il suo rischio.  Nemmeno se fredda. Specie nel XXI secolo. Infatti mi viene il dubbio che gli U.S.A. oltre ad essere mossi da vantaggi economici, abbiano una visione un po’ troppo epica o eroica del confronto bellico.

Sia come sia, è una miscela pericolosa.

Come se non bastasse, si confida pure nei “miracoli della diplomazia” che invece, sono appena mancati. Altro evento tipico che impedisce la soluzione dei conflitti: la delega. Nei piccoli conflitti, i bambini delegano i genitori, gli adulti delegano gli avvocati, in quelli grandi i leader delegano i diplomatici…

Ma un Leader non dovrebbe anche avere la capacità di gestire situazioni come queste? Se guardiamo le foto si vedono Obama e Putin guardarsi con espressioni che mettono i brividi: come se volessero ignorarsi. Ma non possono!!!

Insomma manca quello che si sente dire ad ogni corso di conflict management: competere nelle situazioni di cooperazione necessaria è una pessima strategia. E siccome nessuno dei due può sopprimere l’altro, forse dovrebbero imparare a gestire meglio la propria relazione sia personale che istituzionale.

Spero di essere solo un ingenuo o di sottovalutare aspetti più grandi di me o che non riesco a capire, perchè diversamente ci sarebbe di che preoccuparsi. Anche perchè l’Italia sta andando a ruota inviando soldati nel Baltico.

 

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One thought on “America e Russia sulla scala di Glasl

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